Cadine (Trento), 9-10 ottobre 2010

(Commissione Internazionale EdU)

 

1.      pRIORITà DI SENSO PER L’EDUCAZIONE

È sotto gli occhi di tutti la crisi d’identità e il doloroso travaglio della cultura post-moderna, interdipendente con la crisi dell’educazione, se non addirittura con la “fine dell’educazione”[1]. Sperimentiamo una convivenza "liquida"[2], chiusa nell’individualità[3], in cui sempre meno viene discussa e spesso è messa a tacere la questione antropologica”[4]:“chi è l’uomo”, “verso dove”, “come”, “con chi”, “quali le dimensioni di vita”?

Domande fondamentali, che ci devono interpellare, prima di tutto come educatori. Priorità di senso che ci portano direttamente nel cuore di una pedagogia dell’essenza, dei bisogni e della realtà, dell’essere e del dover essere dell’uomo.

Una sfida, di cui bisogna avvertire tutta l’urgenza e l’enorme portata in termini di risorse, non solo o unicamente finanziarie, ma soprattutto di energie e mezzi di natura psicologica e morale, necessari per ritrovare il coraggio di educare. Un orizzonte nuovo in cui anche molti pur di diversa cultura, fede e orientamento scientifico cercano di riconoscersi, nella volontà di riappropriarsi di un comune denominatore educativo[5].

2.      L’AMORE Educa

Nel primo dei nostri “Incontri pedagogici” - “Educazione come Amore” - avevamo sottolineato come l’amore è “inscritto nel DNA di ogni uomo e di ogni donna della terra” e per questo “risponde ai bisogni di tutti i tempi e di tutte le società umane”[6].

Nell’amore, quindi, la natura vera dell’uomo, la sua più profonda e ancestrale vocazione, simboleggiata nel parto dal grido con cui il bambino viene alla luce. Un vagito che certamente esprime la paura dell’abbandono dell’origine, ma anche l’anelito di essere accolto tra le braccia della madre, in quanto l’essere umano, per esistere, ha bisogno prima di tutto di esser amato.

Da qui la convinzione argomentata che “l’amore educa” e che l’essere amati è la prima, fondamentale condizione per poter imparare non solo ad amare, ma anche a conoscere, a dare un senso vero al nostro cammino di libertà.

Appare chiaro, allora, che non si tratta qui di evidenziare la necessità di un qualche sentimento positivo che permetta di instaurare buone relazione educatore-educando, confinando l’amore nelle categorie delle buone intenzioni o dello spirito religioso, ma di ricondurre la riflessione sul fondamento e sulla natura stessa della relazione educativa.

 

Occorre, innanzitutto, domandarsi: l’amore può avere piena cittadinanza nella riflessione pedagogica? E di che tipo d’amore parliamo?

 

E ancora: se l’amore è inscritto nel nostro essere, ed è quindi elemento costitutivo dell’educazione, esiste un percorso per apprendere noi stessi per primi come educatori ad amare e a coinvolgere i nostri figli, le nostre figlie, i nostri giovani in questo reciproco, irrinunciabile orizzonte? Non si tratta qui di optare per un facile discorso moraleggiante, quanto di andare alla radice della nostra vocazione educativa.

Come educatori siamo, quindi, interpellati non solo in prima persona, ma anche come comunità di educatori: ci viene chiesto di affrontare con coraggio, impegno, fatica, il cammino di riflessione, di studio, di programmazione, di aggiornamento continuo, affinché il nostro compito educativo possa essere svolto con sempre maggior cura e competenza.

 

3.      arte d’amare, Arte di EDUCAre

      Come per ogni aspetto, per comprendere meglio la situazione odierna, occorre considerare come è stato affrontato il tema del rapporto amore-educazione nelle diverse epoche, prospettiva che ci riporta anche a comprendere meglio le diverse “angolature antropologiche” attraverso cui si è cercato di interpretare la relazione educatore-educando.

Già in Platone troviamo la costante tensione verso il Bene sommo che unisce educatore ed educando, mentre Agostino consiglia che per parlare ai bambini ci si adatti “a chi ci ascolta con amore fraterno, paterno e materno”[7]. Gli fa eco il De La Salle: “Se usate con gli alunni la fermezza di un padre, per sottrarli al male, dovete pur usare la tenerezza di una madre per affezionarli a voi”[8]; mentre Don Bosco sottolinea l’importanza che i giovani “conoscano di essere amati” [9]. E così via lungo le diverse epoche.

Nonostante tali esempi, da un rapido sguardo complessivo colpisce, però, il fatto che l’amore, pur presentato spesso, fin dall’antichità, come fondamento dell’autentico rapporto educativo, raramente abbia potuto influire in modo sensibile sull’impianto di un vero e proprio curricolo a livello educativo.

      Erich Fromm ne parla come un “sapere” più che mai urgente, di cui la gente ha bisogno: “si corre a vedere serie interminabili di film d’amore…, si ascoltano canzoni d’amore, eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare, in materia d’amore”[10]. Certamente l’amore non può coincidere solo con l’emozione ed è evidente che, come per ogni comportamento umano, si debba e si possa apprendere. In questo senso, possiamo affermare che ad amare si impara, come ogni vera arte, che richiede una continua e appassionata dedizione. Come, d’altra parte, è per l’educazione, che - afferma John Dewey - “senza dubbio nella prassi concreta è un’arte”[11], distinta, ma non in antitesi, con la scienza. Così, come ogni arte, che s’impara fin da piccoli, si tramanda di padre in figlio, di maestro in allievo, fatta di teoria, di tecnica, di esempio.

Per imparare un’arte – diceva ancora Fromm - “Possiamo dividere il processo in due parti: teoria e pratica. (…) Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c’è un terzo fattore necessario per diventare ‘maestro’ in qualsiasi arte: non deve esserci al mondo nient’altro di più importante”[12]. E per farlo occorre “cominciare col praticare disciplina, concentrazione e pazienza in ogni fase della vita”[13].

Se guardiamo all’amore, quindi, occorre avere una chiara coscienza che nulla è più importante che amare, insegnare ad amare, ed agire di conseguenza.

È questa la profonda e vitale convinzione che troviamo nel pensiero e nell’azione di Chiara Lubich. Una convinzione che l’ha portata a testimoniare l’arte d’amare in ogni ambito e alle più diverse latitudini, offrendo a persone di ogni credo, a politici come ad economisti, ad operatori dei media come ad educatori, un modo semplice ed universale di vivere questa originale arte.

Tra le tante sue riflessioni, alle quali ci siamo ispirati nel lavoro di preparazione di questo nostro incontro, vogliamo presentare un brevissimo stralcio nel quale Chiara, in occasione del conferimento a lei assegnato della cittadinanza onoraria di Roma (gennaio 2000), parla dell’arte di amare, offrendo a questa città una metodologia per far sì che possa essere sempre più città-casa per tutti.



[1]       N. Postmann, La fine dell’educazione, Armando, Roma 1997. Già negli anni trenta lo storico olandese J. Huizinga si interrogava sulla crisi della civiltà (La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962); C. Taylor ha parlato di “disagio della civiltà”, (Il disagio della modernità, Armando, Roma 1999). Cfr. anche: Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mondadori, Milano 1983 (op orig. 1971).

        Negli ultimi anni è stata prodotta una mole poderosa di documenti ufficiali (ad esempio: il Rapporto OCSE, Uno sguardo sull’educazione, settembre 2009; il Rapporto finale della Conferenza Generale dell’UNESCO, Quale educazione per l’avvenire?, ottobre 2009) che sempre più cercano di richiamare l’attenzione su alcuni importanti interrogativi riguardanti la centralità dell’educazione e il suo ruolo decisivo per lo sviluppo umano. Discorsi e ricerche che, a livello mondiale, indicano come la questione ormai stia assumendo la caratteristica di una vera e propria emergenza, forse la più difficile da affrontare, anche perché molte le variabili e forti i condizionamenti che entrano in gioco nell’educazione delle giovani generazioni.

[2]       Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008.

[3]       M. Zambrano, Persona e democrazia, Mondadori,Milano 2000, p. 2.

[4]       Comitato per il progetto culturale della CEI ( a cura di), Per un’idea di educazione, in “La sfida educativa”, Laterza, Bari 2009, pp. 3-24. Come sostiene Martin Buber (Il principio dialogico, S. Paolo, Milano 1993), il problema antropologico fondamentale è quello della relazione, attraverso cui l’uomo si innalza oltre le cose e attua la sua responsabilità come forma di reciprocità e di amore. Senza il Tu, quindi, neanche l’Io potrebbe esistere, tanto da poter sostenere che la più grande sfida culturale e pedagogica contemporanea, ad ogni livello, sta proprio nella capacità di testimonianza e di impulso al dialogo che gli adulti sapranno trasmettere alle giovani generazioni.

[5]       Punti nodali, di senso, su cui urge una convergenza capace di tutelare alcuni diritti fondamentali dell’uomo, a prescindere dalle diverse ragioni ideologiche che li sostengono, come sottolineava Jacques Maritain (Cfr. J. Maritain, L’educazione al bivio, Brescia 1981).

[6]      E. Fondi , Dio Amore nell’esperienza di Chiara Lubich, Roma 2000.

[7]      Sant’Agostino, La catechesi, Città Nuova, Roma, 2005, p. 125. Se infatti per il santo di Ippona “la verità abita nell'uomo interiore”, la strada per raggiungerla è sempre l’Amore: “non si entra nella Verità se non attraverso l’Amore” (Sant’Agostino, Contro Fausto Manicheo, 32,18, Città Nuova, Roma 2004)

[8]      De La Salle, Méditations, 101,3

[9]      Cfr. Don Bosco, lettera del 10/5/1884

[10]     E.Fromm, in “Introduzione”, L’arte di amare, Mondadori, Milano 1995.

[11]     J. Dewey, Le fonti di una scienza dell’educazione, La nuova Italia, Firenze 1951, p. 6 (titolo originale: The sources of a science of education, 1929).

[12]    E. Fromm, Op.cit., pp.13-14

[13]     Ibidem, p. 139

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