Bologna - Benevento, 6 novembre 2008

(Chiara Lubich)

La breve riflessione sulla spiritualità dell’unità di Chiara Lubich, che la volta scorsa era incentrata su Dio Amore, guarda oggi al secondo punto della nostra spiritualità.

Esiste un sì di Dio all’uomo: Dio ama l’uomo.

Si è compreso sin dall’inizio che esso chiamava il sì dell’uomo a Dio.

Se Dio ci amava non si poteva non rispondere.

E Il sì dell’uomo a Dio è il titolo di un piccolo libro di Chiara dove ci dice cosa significa per noi: amare Dio.

Seguiamola sinteticamente nei suoi pensieri.

 

 “Avevamo dunque scelto Dio, che si era manifestato per quello che è: Amore.

Ci siamo chieste: come si fa, a nostra volta, ad amare Dio? Ci siamo ricordate della parola della Scrittura: ‘Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio...’ (Mt 7,21).

Abbiamo capito che, per amare Dio, dovevamo fare la sua volontà.

Ci siamo ricordate allora di possedere un grande dono: la libertà, e abbiamo avvertito che nulla poteva esservi di più ragionevole per una creatura, figlia di Dio, che l’atto di cederla liberamente a Colui che gliel’ha data. Così ci siamo proposte, da quel momento, di uniformare la nostra volontà con quella di Dio: volevamo la volontà di Dio. Così avremmo veramente amato Dio.

 In quel tempo, una mia esperienza ci fornì una chiarificazione assai importante.

Nel dicembre 1943 mi ero consacrata a Lui nella castità.

Nel Natale del medesimo anno, durante la Messa di mezzanotte, avvertii nel mio cuore la richiesta di Gesù a darGli tutto. Per «tutto» non potevo non intendere se non quello che allora ordinariamente si poteva pensare: ritirarmi in uno di quei luoghi che la Chiesa offriva per poter meglio raggiungere la perfezione. Dissi di sì a Dio ma nello sgomento e nello strazio per un qualcosa che si ribellava dentro di me.

Confidai questa intenzione a chi poteva dirmi una parola sicura e mi sentii rispondere: ‘Non è questa la volontà di Dio per te’.

In quel momento si distinsero nella mia mente due concetti che fin allora, in pratica, coincidevano: lo stato di perfezione e la perfezione.

Capii che, certamente, vi erano stati di vita più o meno perfetti per raggiungere quell’alto scopo, ma che la perfezione si raggiunge solo facendo la volontà di Dio.

Ricordo che prima di allora avevo l’impressione che un alto muro m’impedisse l’accesso alla santità. Come trovare un varco? E fu soprattutto nella suddetta circostanza che Dio mi ha illuminato: per farsi santi, basta fare la volontà di Dio. Una scoperta estremamente utile e meravigliosa.

Ecco – dissi – una via buona per tutti: per uomini e donne, dotti e indotti, intellettuali ed operai, mamme e consacrate, laici e sacerdoti, giovani e anziani, governanti e cittadini... Ecco la via aperta alla santità per ogni essere umano. E mi sembrava di avere in mano la carta d’accesso alla perfezione non soltanto per un’élite di persone, ma per le folle!

 Intanto chi ci manifestava la volontà di Dio?

Avevamo una bussola per centrare la volontà di Dio: era la voce dentro di noi, «voce» interiore.

Ci si abituò ad ascoltarla. Ed essa ci consigliava di seguire a volte i comandamenti di Dio, o i doveri del proprio stato, o le stesse leggi civili, o si manifestava, altre volte, nelle circostanze gioiose o dolorose o indifferenti della vita.

E quando non si capiva la volontà di Dio, ci si comportava come meglio si pensava, pregando Dio di rimetterci, qualora la nostra scelta fosse stata sbagliata, sul binario giusto.

E ben presto si è acquistata una grande elasticità nel comprenderla.

 

Quando poi si sperimentava, per l’amore scambievole, la presenza di Dio, di Gesù fra noi, questa, come un altoparlante aumentava, facendola sentire più chiaramente, la voce di Dio in ciascuno di noi.

 Durante la guerra nei primi tempi del Movimento, la vita poteva mancarci da un momento all’altro, come si sa. Quando dovevamo amare Dio facendo la sua volontà? Ci chiedevamo.

L’unico tempo che avevamo nelle nostre mani era il momento presente. Il passato era già passato, il futuro non sapevamo se ci sarebbe stato. Si diceva: il passato non è più, mettiamolo nella misericordia di Dio. Il futuro non è ancora. Vivendo il presente, si vivrà bene anche il futuro quando sarà presente.

Si faceva l’esempio del treno. Come un viaggiatore per arrivare alla meta non cammina avanti e indietro nel treno, ma sta seduto al suo posto, così noi dobbiamo star fermi nel presente. Il treno del tempo cammina da sé.

E presente dopo presente saremmo arrivate al momento dal quale dipende l’eternità.

 Avevamo poi sempre dinanzi a noi l’immagine del sole (che rappresentava la volontà di Dio in generale) con i raggi (la volontà di Dio su ciascuno di noi). Ognuno di noi camminava su un raggio, distinto dal raggio del fratello, ma pur sempre su un raggio di sole, cioè nella volontà di Dio. Tutti, dunque, facevamo una sola volontà, quella di Dio, ma per ognuno essa era diversa.

I raggi, quanto più si avvicinano al sole, tanto più si avvicinano tra loro – ed ecco già l’idea dell’unità.

Anche noi quanto più ci avviciniamo a Dio, con l’adempimento sempre più perfetto della divina volontà, tanto più ci avviciniamo fra noi... finché saremo tutti uno.

Così nella nostra vita ogni cosa mutava. Ad esempio i rapporti. Prima andavamo da chi piaceva a noi ed amavamo quelli. Ora si avvicinavano tutti coloro che la volontà di Dio voleva e restavamo con essi finché era volontà di Dio.

L’essere tutti proiettati nella divina volontà di quell’attimo portava di conseguenza il distacco da tutte le cose e dal nostro io, distacco non tanto cercato di proposito, perché si cercava Dio solo, ma trovato di fatto”.

 Si andava così tessendo giorno per giorno un magnifico ricamo.

Ed il ricamo ora si vede: è la magnifica opera di fraternità universale che unisce in un solo amore persone di tutta la terra: un popolo guidato dalla luce di Dio o di quei valori che mantengono alta la dignità d’ogni uomo e donna di buona volontà.

 
 
 

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